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Nelle nostre case entrano giocattoli apparentemente innocui: scatole, telai, cornici che contengono manichini. Accedere al mondo di Maria Cristina Crespo è facile. Difficile uscirne indenni. Locchio sfiora le forme policrome da lei disposte, rassicurato dalla scoperta di una concretezza tattile. Ci si addentra in quei tabernacoli grazie alla verosimiglianza di un ambiente o di un paesaggio dipinto sullo sfondo: finiamo invischiati da una pianta carnivora. Il desiderio di contenzione esercitato dallautrice nel collezionare afflussi dallarte di tutti i tempi, assedia il visitatore in un labirinto mentale. Quella che a prima vista pareva lingenua miniatura del museo immaginario di André Malraux si rivela insondabile come la biblioteca cosmica di Jorge Luis Borges. Iniziati allaccattivante nomenclatura mitica, sprofondiamo presto in uninteriorità dolorosa, verso la verità di una setta proibita. Malefico diamante, la spiegazione del mondo si cela incastonata tra falsi ori, cascami di damasco e broccato, frange e trine, che mai finiranno dilluderci in una sequenza di quinte elusive.
Allorigine cè linfanzia dellautrice nella magica archeologia di Palestrina: lantro delle sorti, il sacello di Iside, il mosaico del Nilo, il colosso in marmo bigio della Fortuna. La prozia di Cristina fu tra le pie donne ammesse a rivestire la Madonna del Carmine. Ancestrale mozione ad ammantare i feticci che modernamente recitano in box: ma sono lari di unincognita dinastia precristiana, protettori di bambini che giocavano dove era nato Giovanni Pierluigi, penati della città perduta sotto le bombe.
Segue la ricognizione delle arti liberali della nostra epoca: studi classici, laurea in argomento medievale, diploma di perfezionamento, uniniziale applicazione di restauratrice, la collaborazione con Angelo Canevari in fonderia, attività museografica, pagine da giornalista, la voce che si unisce a un pregiato coro di musica barocca (il C.I.M.A.). Infine una famiglia nellantico casale di posta sulla via Cassia, che è riferimento per una cerchia di artisti, di critici, dintellettuali - diciamolo anche se non è di moda - civilmente impegnati. Dai rivoli di una biografia minimalista, sgorga il mito in uninterpretazione fuori del tempo che dà spazio allarbitrio inventivo e consente linnesto di suggestioni svariate: la tradizione popolare, e i teatrini plastici del Serpotta; le marionette, e i sofisticati collages praticati dalla nobiltà palermitana alla fine del Settecento; Dino Buzzati, e il simbolismo di Gustave Moreau; viaggi in oriente e nellAmerica meridionale, oppure un corso di potatura di rose. La Musa si nasconde nel professore soccorrevole, nel passante anonimo, nel casuale viaggiatore con cui scambiare in treno una parola che al ripensamento ingigantisce e diventa decisiva: presenze propizie, angeli di una laica annunciazione. Piuttosto che una corrente della produzione contemporanea, si ravvisa nellinesausta fattura limpronta di letterati, filosofi e poeti: maîtres à penser del Novecento evocati da unopera che gioca allintertestualità come i libri dei migliori scrittori.
Un ciclo è dedicato a Il ramo doro di James George Frazer, antropologia del sincretismo, evoluzione di culti e rituali, iterata fascinazione dello spettacolo: Altare di Orfeo e Altare orfico in varie contingenze (1994). Ci sono visionari Diorami dallinferno, tra cui la pallida Animula bökliniana (1993), Madrigale a Prosperpina (1993), Altarino di Iside (1993), Edicola di San Giorgio (1993) e Lamore di Villiers (1994). I cammei, fantasiose versioni al pantografo dalle gemme Farnese: il Miracolo, lo Splendore, la Morte di Giulia Soemia, Giulia Gonzaga, Pasolini, e la portentosa Apoteosi di Elagabalo, che incarna le parole di Antonin Artaud: è qui che si manifesta una sorta di anarchia superiore, in cui la sua profonda inquietudine prende fuoco, ed egli corre di pietra in pietra, di splendore in splendore, di forma in forma, di fiamma in fiamma, come se corresse di anima in anima, in una misteriosa odissea interiore che nessuno dopo di lui ha più percorsa. Lardua sfida a Novalis: Altura del mondo appena nato, Splendido intruso, Commiato del giorno (1995), Sacro sonno, Malinconia, Loscuro grembo del tumulo, Sfere celesti (1996), Commiato (2002); titoli sintomatici che competono senza ulteriori distinzioni a soggetti scevri di banalità illustrativa, pieni della sapienza degli Inni alla notte. Tra le ultime cose uninquieta Tanagrina (2001), la cui scheda tecnica pare un elenco poetico di Jacques Prévert: legno, stucco, stoffa, specchio, carta ologrammata, acrilico.
Sarebbe inutile dividere in sezioni un percorso creativo nutrito di riprese e ritorni, applicare etichette temporanee a unintuizione profetica senza eguali che si rinnova a ogni stagione. Il saggio più completo (Achille Bonito Oliva, Crespo, Milano, Electa 1999) intabula esteriormente i manufatti secondo il colore dominante: bianco, rosso, oro, blu, celeste, nero. Uneco della trilogia di Krzysztof Kieslowski: Film Blu, Film Bianco, Film Rosso, fonti non trascurabili dei trofei damore, come Cristina definisce i propri manufatti.
Non molti i protagonisti maschili: Angelo Boliviano (1997), San Sebastiano di Mishima (1997), Dittico di François Villon (1996); il Templare napoletano (1990), pomposo omaggio a Francesco Solimena; la quotidiana sacralità de Il principe Igor (1997); Scatola di Enea Silvio Piccolomini (1994); Shakespiriano (1998); Leone XIII nellemblematico A.R.A.T.O.R. contro un cielo pitagorico; la surreale sceneggiatura di Miracolo a Milano per il centenario di Cesare Zavattini, celebrato nella natia Luzzara il 2002; ma chi ha bruttato il viso sognante del principe fenicio nelle Nozze di Cadmo e Armonia? Ricordo il quadro alla mostra Alma e le altre (1998), presso la Libreria Remo Croce, con loscuro antro di Pannychis, lo stupefatto, femminilizzato Kairós, il fiabesco campo degli Gli uomini drago, e lEdicola di Giocasta in una serie ellenica dedicata a La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt. Il sottotitolo di quella manifestazione, Storie e leggende di donne, investe lintero operare di Cristina, il continente nero di una femminilità intrepidamente esplorata.
Paradigma la fiera mostruosa di Edipo e la Sfinge (1994) che segna il destino non solo del giovane tebano, ma di chiunque sinoltri nellavventura figurativa con gli occhi di sir Frazer. Processione di fatali ammaliatrici sul fondale dellAcquario russo con Sirene belle époque (2002), pittoscultura a tre piani prospettici, capolavoro di una tecnica coscenziosa, per cui lartefice stratifica materiali metamorfosati da pazienti alchimie. Unaltra Sirena plasticamente agghindata Liberty sta nel centro, e al di qua del vetro la coppia umana che osserva la numinosa parvenza marina.
Da una profana Natività (1992), la fanciullezza trae il volto torbido di Alice nel paese delle meraviglie (1998), più consono alla repressa pedofilia di Lewis Carroll che alla pedagogia del racconto. Una giovinetta si espone inerme allo Stral di foco (1995), piccolo, lirico dramma decadente da Il cavaliere della rosa di Hugo von Hoffmannsthal. Il desiderio trova espressione nelle Serenate di Pulcinella (1989), rivolte alla dama affacciata a un proscenio che fa da balcone; nel Madrigale a un dolce usignolo (1994) ispirato al Festino della sera del Giovedì grasso di Adriano Banchieri (o dolcissimo usignolo, tu sopra i verdi rami tutta la notte la tua amica chiami e con soavi accenti fai dolci i tuoi lamenti: io tra i più forti orrori di miei pensier, sospiro la mia Clori, da cui lungi mi vivo, dogni piacer, dogni dolcezza privo); infine nellestenuato Rococò (1993) dove il frivolo costume inclina alla parodia. Limpianto sepolcrale nellArca della damigella di Scarlot (1991) è smentito dagli occhi vividamente sgranati della titolare che vi sta distesa a custodire la lettera di Lancillotto. Finisce in tragedia lillecita passione della sacerdotessa di Artemide che vede perire lamato tra i flutti dellEllesponto e si precipita a seguirlo ignuda nella morte: Ero e Leandro (1991); in parallelo gli studi per la morte di Ofelia, annegata nel cellophane (1987-1991). Altrove è la donna a farsi giustiziera, rediviva Giuditta per il Cenotafio di Carlotta Corday (1991), mentre Marat si dissangua nel semicupio sulla falsariga del celebre dipinto di Louis David.
Amanti nudi si abbandonano nel verde intestato a una canzone naïve di Patty Pravo, Il giardino dellamore (1995): il cuscino sembra un prato dove il vento si è fermato; obbedienti i protagonisti si rivestono nel Giardino dellamore, n. 2 (2002), a tutela di unautentico esemplare del quarantacinque giri della cantante.
Il sesso è tormento. Le carni voluttuose di Danae (1992) si deformano alla violenza invasiva delloro divino. Nel Dittico di François Villon (1996) lo stucco rosa (modellato su di unanima di nylon e vinavil) espone un torso alla lussuria tra il nero dei drappi: così nella blasfema Icona per Jean-Jacques Lequeu (1999), larchitetto illuminista da cui viene la Monaca impudica (2000), scioccante manifesto del libertinaggio. Un sospetto di demoniaco meticciato turba il tenebroso splendore di Bella come Nefertari (1995), commentata dallepigrafe mal daurore, fonetica allusione ai crudeli Canti di Maldoror del conte di Lautréamont. Zenobia (1993) sarà condannata dallimperatore Aureliano alla prigionia. Unallucinata regalità domina il gruppo di Elisabetta e Cristina (1990).
Il rapporto col divino incupisce nellisteria meridionale della Veggente (1993), domestica clausura tra le fotografie dei morti e i santini allo specchio del comò. Quando si salveranno le anime arse dal fuoco purificatore nellAedicula fantastica (1985)? Il mistico strazio transita per uninterminabile via crucis di Svenimenti umbri (dal 1987) e Dolenti duecentesche (1994) fino alla Veronica Massonica (1999), concepita nellesoterica Cappella San Severo di Napoli, e alla Visione biblica, sofferta anche nella prorogata esecuzione (1979-1987): poiché ogni procedura in questo travaglio artigianale è componente del contenuto, pertiene allintensità finale del messaggio. La personale vocazione trasfigurante è quella che per metafora Cristina adombra nella Monaca messicana (1999), secondo la promessa di Giovanni della Croce tu nella tua bellezza mi trasformerai, per sublimare in apoteosi: Speranza Macarena (1994), ledicola dellIncoronazione (1993), Hodighitria (1993), la Vergine sotto lAngelo precipitato da un cielo nabis (1996), la Madonna di Capo dOrlando (2000) intrisa di sicilitudine, e linedito Idoletto medievale (2002) stilizzato nella maniera di Ottone III, attraverso le lenti romantiche del Gregorovius.
Quando non è sopraffatta dallesuberanza carnale, la spiritualità rischia di perdersi nellesotico: larazzo indonesiano e le piume di Iman (2002), la modella dorigine araba sposata da Mick Jagger dei Rolling Stones; o finire soffocata dallornamento nella sontuosa Pavonessa (2002). Affiora appena in Madame de T. (1997), da La lentezza di Milan Kundera, occasione anche a noi per risalire alla positività dellamore e dellarte: rallentando la corsa della loro notte, dividendola in parti distinte e separate, Madame de T. è riuscita a trasformare il breve arco di tempo loro concesso in una meravigliosa architettura, in una forma; dar forma a una durata è lesigenza della bellezza, ma è anche quella della memoria. La salvezza spira sotto la luna ne La sposa del vento (1997), il solo quadro dove un uomo sorride, accanto alla compagna addormentata. Ancora un daprès, dallomonima tela di Oskar Kokoschka a Basilea, notturno commento al mistero di Alma Mahler: ho raccolto e accumulato in me ricchezze, la morte più non mi spaventa, ho ritrovato quellarmonia che possedevo da bambina, in questa luce mi pare di avere camminato in paradiso. Torniamo a riveder le stelle nellincantata Via lattea (1995), diletto non effimero della proliferante materia cosmica che sincarna di bianca e tenera donna: siamo allo zenith di un palcoscenico insolitamente esteso a produrre la siderale seduzione.
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